Ebbi la ventura di incontrare nella prima adolescenza una Pizia adolescente, autentica sacerdotessa di Apollo (si misurava già con Omero), musicale fin negli ingorghi più intrigati delle viscere, come chiariva subito la sua voce; e quando mi fu chiesto di partecipare ai festeggiamenti per l’80° compleanno di Eugenio Montale, ricordando il mio singolare e spettinato tramite con la poesia contemporanea, specificai: “Giovanna Bemporad mi declamava “Felicità raggiunta” fra i capanni / o”Sbarbaro, estroso fanciullo”, i più facili epigrammi / le notti estive a spiaggia in mezzo ai corpi degli amanti /…”
E, certo, mi declamava soprattutto “Il canto di un pastore errante”, e ancora mi declamava “Il canto di un pastore errante” quella volta che fummo colti dalla Military Police con abbaglianti e canilupi alle tre e mezzo di notte sulla spiaggia del Lido di Venezia l’estate del ’46 (l’estate del ’43 Giovanna non venne in vacanza a Viserba, mi disse suo papà, l’avvocato: “E’ nelle Langhe, beve Barolo e fuma la pipa”; nel ’44 o ’45 Giovanna ebbe occasione di declamare nel Veneto il “Faust” nell’originale tedesco davanti a un plotone d’esecuzione tedesco: anche quelli riconobbero la Pizia…). Nel ’48 uscirono gli “Esercizi”: non pochi li conoscevo già, e “Padiglione di mandorli” lo so tuttora a memoria. Pasolini ne scrisse subito con amore severo (ponendo a “epigrafe della nostra amicizia con lei questa frase dell’esperto Cocteau”: “I gesti dell’equilibrista devono sembrare assurdi a coloro che non sanno che egli cammina sul vuoto e sulla morte”) e vi riconobbe “alcuni tra i versi più belli scritti in italiano in questi ultimi anni”. Io ero attratto (sensibilmente) e respinto (intellettualmente) da quei suoi onnivori presupposti di assolutezza e letterarietà, e saluto ora con gioia questo ritorno degli “Esercizi”.
Elio Pagliarani 1980grazie – come Le dissi anche al telefono – del Suo libro e del Suo ricordo. Ho letto tutto con attenzione; come trasportato da una certa grazia delle cose. Ma, prima di tutto, Lei mi consentirà di dire che mi ha dato qualche emozione il trovare, tra le altre, certe traduzione di Saffo, assai amabili, trattenuta, nel loro calore affettuoso e disteso. E Lei sa che i lirici greci furono per me, fin dai tempi del liceo, un mito appassionante ed eccitante che ha poi preso corpo e un significato, poi, che si lega ai miei anni più giovani, a certi ardimenti…La sua traduzione, tutte le sue traduzioni, prese come corpus, sono come le indicazioni di una strada – una strada in qualche modo classica – della poesia che abbiamo percorso tutti, che abbiamo nel sangue nei suoi circuiti – e certo la coglio nei luoghi o in alcuni dei luoghi più alti con un tocco precisissimo e un poco incantato.
Dicevo che ho letto, per quanto mi è stato possibile, con attenzione. I suoi modo sono suadenti, leggeri, talora dolcissimi – ed è molto chiaro che la proposizione di Valéry posta ad epigrafe è stata prima di tutto vissuta fino in fondo, e poi ritrovata. Posso dire che i risultati che Lei raggiunge in quest’ordine sono i più sottili che nella nostra lingua sia possibile raggiungere con una poesia che si è chiusa in sé, tutta mirabilmente difesa, che esclude inviti, le inquietudini e gli allarmi che percorrono il secolo? Una intenzione consapevole di rifiuto che si carica di tensione? Il suo modo di leggere Rimbaud ( questo modo di tutte le inquietudini) è rivelatore; e certo la parola esercizio – questa parola così legata e cara a Valéry _ acquista una forza di risonanza rara e quasi tocca tutta una vita. E ricorderà che Goethe diceva quanto peso fatica e inquietudine pesante si celano dietro il suo conquistato ottimismo.
Quanto a me, inseguo la poesia nel suo velocissimo farsi sempre nuova nella crisi secolare in cui essa sembra sempre ogni giorno rinascere dalle sue ceneri. Direi per altro che la volontà di comprensione e l’utopia del dialogo sono in me sempre più forti della volontà di polemica; e tanto più ora che sono giunto al primo degli ultimi trent’anni verso il secolo. E non comprendo il gesto di certi miei contemporanei nelle loro astratte e dure ripetizioni, nelle loro incomprensioni, nei loro catafratti antagonismi.
Non mi scriva più dediche come quella che ho letto del resto con meraviglia; e mi abbia cordialmente
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